A. Scarlatti, Poi che riseppe Orfeo

Alessandro Scarlatti, Poi che riseppe Orfeo [partitura]

 

Testo della prof.ssa. Olga Visentini

La famiglia degli Scarlatti proveniva dalla Sicilia: erano musicisti, di povere condizioni, che le difficoltà economiche e la carestia spinsero a cercare fortuna a Roma. Qui Alessandro, nato a Palermo nel 1660 e avviato alla carriera musicale, trovò un ambiente ricco di opportunità ed ebbe modo di familiarizzarsi con i modelli dell’opera veneziana e di quella romana. Nel 1679 compose Gli equivoci nel sembiante, una breve opera comica di carattere pastorale: talmente grande fu il successo, dovuto soprattutto alla gradevolezza melodica delle arie, che essa venne rappresentata subito anche in altre città italiane, tra cui Napoli. E a Napoli Alessandro si stabilì nel 1684, dato che a Roma l’ostilità del Papa Innocenzo XI per l’opera aveva reso difficile la carriera del musicista, pur protetto dalla regina Cristina di Svezia. A più riprese maestro della Real Cappella, Scarlatti scrisse moltissime opere per la scena napoletana. Qui le opere erano rappresentate prima nel teatro privato del Viceré e poi nel teatro San Bartolomeo. Scarlatti fissò alcune componenti formali dell’opera: l’ouverture, nel tipo cosiddetto all’italiana, con un movimento veloce in stile omofonico, una breve sezione lenta e una veloce in tempo binario, la rigida separazione tra aria e recitativo, e l’aria in forma ternaria, con il “da capo”, che diverrà tipica dell’opera italiana settecentesca. L’aria è il momento lirico in cui il personaggio si abbandona all’espressione di un sentimento, un “affetto”: la ripetizione variata della prima parte veniva incontro al grande virtuosismo dei cantanti, soprattutto i castrati, che erano i veri protagonisti delle scene. Scarlatti manifesta anche un grande interesse per l’orchestra e per le risorse di colore che essa offre.

Scarlatti, che coltivava l’ideale – assolutamente utopistico per l’epoca – di superare le barriere sociali determinate dalla nascita attraverso le superiori qualità dello spirito, fu particolarmente felice di essere accolto nell’accademia dell’Arcadia nel 1706, insieme a Corelli (5.4). Spinto anche dalle difficoltà economiche derivanti dalla numerosa famiglia, accarezzò l’idea di trasferirsi presso i duchi di Toscana; tentò poi la fortuna sui palcoscenici di Venezia, centro musicale di primaria importanza, dove però l’austerità della sua scrittura non incontrò il successo sperato. Passò poi a Urbino e a Roma. Persa l’ultima speranza di andare in Toscana – dopo che a una sua accorata lettera, in cui si dichiarava “esposto ad incerta Provvidenza umana“, Ferdinando de’ Medici, che preferiva uno stile operistico meno aristocratico di quello di Scarlatti, rispose evasivamente -, decise di tornare a Napoli nel 1708. Lì compose altre grandi opere, tra cui il Tigranee il Trionfo dell’onore; dopo un soggiorno romano sotto la protezione del principe Ruspoli, durante il quale compose l’ultima sua opera, la Griselda, morì a Napoli nel 1725. Fu un compositore fecondissimo, non solo di opere (ne compose più di 100, delle quali solo 40 si sono conservate), ma anche di cantate da camera (più di 650), di oratori e di musica liturgica.

Annunci