Monteverdi guerriero e amoroso (con l’elenco delle sue edizioni a stampa)

Dall’avvertimento di Claudio Monteverdi «a chi legge», pubblicato nell’Ottavo libro dei Madrigali

Avendo io considerato le nostre passioni od affetioni dell’animo essere tra le principali, cioè ira, temperanza ed umiltà o supplicatione, come bene gli migliori filosofi affermano, anzi la natura stessa de la voce nostra in ritrovarsi alta, bassa et mezzana, et come l’arte Musica lo notifica chiaramente in questi tre termini
di concitato, molle e temperato, né avendo in tutte le compositioni de passati compositori potuto ritrovare esempio del concitato genere, ben sì del molle e temperato; […] et sapendo che gli contrarii sono quelli che movono grandemente l’animo nostro, fine del movere che deve avere la bona musica, […], perciò mi posi con non poco mio studio et fatica per ritrovarlo. […] Mi è parso bene perciò il far sapere che da me è nata la investigazione et la prova prima di tal genere, tanto necessario al arte Musica, senza il quale è stata si può dire con ragione sino ad ora imperfetta, non avendo hauto che gli duoi generi, molle e temperato.

 

Monteverdi, Canzonette e tre vocilibro primo (1584)

Monteverdi, Lamento d’Arianna … Et con due Lettere amorose in genere rapresentativo (1623)

Monteverdi, Madrigali a cinque voci… Libro primo (1587)

Monteverdi, Il secondo libro de madrigali a cinque voci (1590)

Monteverdi, II terzo libro de madrigali a cinque voci (1592)

Monteverdi, Il quarto libro de madrigali a cinque voci (1603)

Monteverdi, Il quinto libro de madrigali a cinque voci (1605)

Monteverdi, Il sesto libro de madrigali a cinque voci (1614)

Monteverdi, Concerto: settimo libro de madrigali a 1.2.3.4. & sei voci (1619)

Monteverdi, Madrigali guerrieri, et amorosi ... Libro ottavo (1638)

Monteverdi, Madrigali e canzonette a due, e tre, voci ... Libro nono (1651)

Monteverdi, Madrigali spirituali a quattro voci (Brescia, 1583)

Monteverdi, Sanctissimae Virgini missa senis vocibus, ac vesperae pluribus decantandae (1610)

Monteverdi, Messa a quattro voci, et salmi a una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, & otto voci (1650)

Monteverdi, Sacrae cantiunculae tribus vocibus (1582)

Monteverdi, Scherzi musicali a tre voci (1607)

Monteverdi, Scherzi musicali ... a 1. & 2. voci (1632)

Monteverdi, Selva morale e spirituale (1640-1)

A proposito del Combattimento di Tancredi e Clorinda

COMBATIMENTO DI
TANCREDI ET CLORINDA

Parole del Signor Torquato Tasso
«Combatimento in Musica di Tancredi et Clorinda, descritto dal Tasso; il quale volendosi esser fatto in genere rappresentativo, si farà entrare alla sprovista (dopo cantatesi alcuni Madrigali senza gesto) dalla parte de la Camera in cui si farà la Musica. Clorinda a piedi armata, seguita da Tancredi armato sopra ad un Cavallo Marrano, et il Testo all’hora comincerà il Canto. Faranno gli passi et gesti nel modo che l’oratione esprime, et nulla di più né meno, osservando questi diligentemente gli tempi, colpi et passi, et gli ustrumentisti gli suoni incitati e molli; et il Testo le parole a tempo pronunciate, in maniera, che le creationi venghino ad incontrarsi in una immitatione unita; Clorinda parlerà quando gli toccherà, tacendo il Testo; così Tancredi. Gli ustrimenti, cioè quattro viole da brazzo, Soprano, Alto, Tenore et Basso et contrabasso da Gamba, che continuerà con il Clavicembalo, doveranno essere tocchi ad immitatione delle passioni dell’oratione; la voce del Testo dovrà essere chiara, ferma et di bona pronuntia alquanto discosta da gli ustrimenti, atiò meglio sii intesa nel ordine. Non doverà fare gorghe né trilli in altro loco, che solamente nel canto de la stanza, che incomincia Notte; il rimanente porterà le pronuntie et similitudine delle passioni del’oratione. In tal maniera (già dodici Anni) fu rapresentato nel Pallazzo del’Illustrissimo et Eccelentissimo Signor Girolamo Mozzenigo, mio particolar Signore. Con ogni compitezza, per essere Cavaliere di benissimo et delicato gusto; In tempo però di Carnevale per passatempo di veglia; Alla presenza di tutta la nobiltà, la quale restò mossa dall’affetto di essere statto canto di genere non più visto né udito».
Tancredi, che Clorinda un uomo stima
vol ne l’armi provarla al paragone.
Va girando colei l’alpestre cima
ver altra porta ove d’entrar dispone.
Segue egli impetuoso; onde assai prima
che giunga, in guisa avvien che d’armi suone,
ch’ella si volge e grida: – O tu che porte,
correndo così? -. Risponde: – E guerra e morte -.
– Guerra e morte avrai; – disse – io non rifiuto
darlati, se la cerchi -, e ferma attende.

Non vuol Tancredi, che pedon veduto
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l’un l’altro il ferro acuto,
ed aguzza l’orgoglio e l’ire accende;
e vansi incontro, a passi tardi e lenti,
che duo tori gelosi e d’ira ardenti.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudeste e nell’oblio fatto sí grande,
degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno
teatro, opre sarian sí memorande.

Piacciati ch’io ne’l tragga, e’n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama lor; et tra lor gloria
splenda dal fosco tuo l’alta memoria.
Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e’l furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro, il piè d’orma non parte;

sempre è il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio invan, né punta a voto.
L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e cagion nova.
D’or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que’ nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico, e non d’amante.
Tornano al ferro, e l’uno e l’altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.
L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
s ‘l pomo de la spada appoggia il peso.

Già de l’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sé non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente ch’ogn’aura di fortuna estolle!
Misero, di che godi? Oh quanto mesti
f iano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perchè il suo nome l’un l’altro scoprisse:
– Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l’opra,
pregoti (se fra l’armi han loco i preghi)
che’l tuo nome e ‘l tuo stato a me tu scopra,

acciò ch’io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o la mia vita onore -.
Risponde la feroce: – Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di quei due che la garn torre accese -.
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: – In mal punto il dicesti;
il tuo dir e ‘l tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, a la vendetta -.

Torna l’ira ne’ cori, e li trasporta,
benché debili in guerra. Oh fera pugna,
u’ l’arte in bando, u’ già la forza è morta,
ove, in vece, d’entrambi il furor pugna!
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
ne l’arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che ‘l viver di Clorinda al suo fin deve.

Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s’immerge, e ‘l sangue avido beve;
e la veste, che d’or vago trapunta,
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e ‘l piè le manca egro e languente.
Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme,

parole ch’a lei novo spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtù ch’or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vole in morte ancella.
– Amico, hai vinto: lo ti perdon… perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
e l’alma sí; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave -.
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave

ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.
Poco quindi lontan nel sèn del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già che sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia il cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
die parea: «S’apre il cielo; io vado in pace».

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